Recinzioni elettrificate e cani da guardiania: alleati, non alternative

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Le recinzioni elettrificate non sostituiscono il cane da guardiania: sono uno strumento di supporto che, se integrate correttamente, ne aumenta l'efficacia nella protezione del bestiame.

Meglio reti o cani?

Quando si parla di protezione degli animali allevati dai predatori, una delle domande più frequenti è apparentemente molto semplice:

È meglio utilizzare una recinzione elettrificata oppure affidarsi ai cani da guardiania?

In realtà, nella maggior parte dei casi, la domanda parte da un presupposto sbagliato. Recinzioni e cani non dovrebbero essere considerati strumenti alternativi tra i quali scegliere, ma elementi diversi di uno stesso sistema di protezione.

Una recinzione svolge principalmente una funzione fisica: delimita uno spazio, contiene gli animali allevati e rende più complesso l’accesso dall’esterno.

Il cane, invece, è un elemento dinamico. Osserva, interpreta, segnala, presidia il territorio e modifica il proprio comportamento in base a ciò che accade.

Nessuno dei due strumenti, utilizzato isolatamente, può rispondere in modo efficace a tutte le possibili situazioni. La protezione più affidabile nasce quindi dalla capacità di integrarli, adattandoli al territorio, agli animali da proteggere, alla pressione predatoria e alle concrete possibilità gestionali dell’allevatore.

La ricerca della soluzione più economica

Quando compare un problema di predazione, la prima valutazione è spesso economica.

È comprensibile: allevare animali significa già affrontare costi elevati e il sistema di protezione rappresenta un investimento che non sempre produce un guadagno immediatamente visibile. La sua utilità si misura soprattutto attraverso ciò che impedisce che accada.

Proprio per questo motivo il percorso seguito è spesso simile.

Si inizia dal filo elettrico, perché è relativamente economico, rapido da installare e particolarmente efficace nel contenimento di alcune specie allevate, soprattutto bovini ed equini già abituati a rispettarlo.

Quando questo non basta, si passa a una rete elettrificata. A quel punto iniziano le discussioni su quale sia la soluzione migliore: rete più alta o più bassa, maglia più pesante o più leggera, maggiore o minore potenza dell’elettrificatore, un solo ordine di filo oppure più livelli sovrapposti.

Se anche la rete non risolve completamente il problema, compare infine l’idea del cane da guardiania.

Molto spesso, però, anche il cane viene scelto utilizzando lo stesso criterio con cui erano stati scelti gli strumenti precedenti: spendere il meno possibile.

Si cerca quindi il cucciolo disponibile presso un conoscente, nato accidentalmente dalla cagna di un pastore o proveniente da genitori che, secondo un racconto tramandato da una persona all’altra, “lavorano bene con il gregge”.

Alcuni di questi cani possono effettivamente diventare ottimi soggetti. Il problema non è sostenere che soltanto un cane proveniente da una selezione specifica possa lavorare. Sarebbe falso.

Il problema è un altro: quanto rischio si è disposti ad accettare?

Un cucciolo scelto senza conoscere adeguatamente i genitori, le linee di sangue, l’equilibrio caratteriale, il contesto di crescita e le sue predisposizioni individuali può diventare un eccellente cane, ma può anche sviluppare caratteristiche molto lontane dalle necessità dell’allevamento nel quale verrà inserito.

Potrebbe essere troppo territoriale in un contesto frequentato dal pubblico, poco motivato a seguire gli animali durante gli spostamenti, eccessivamente giocoso con specie delicate oppure poco compatibile con altri cani già presenti.

Non esiste quindi un cane “buono” o “cattivo” in senso assoluto. Esistono cani più o meno adatti a un determinato contesto.

Scegliere un soggetto proveniente da una selezione orientata alla guardiania non significa acquistare automaticamente un cane migliore di tutti gli altri. Significa ridurre il più possibile la probabilità di ritrovarsi con un animale dalle caratteristiche incompatibili con il lavoro richiesto, senza avere strumenti per correggere il problema o soluzioni adeguate per ricollocarlo.

Il cane non dovrebbe essere il piano d’emergenza

Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare il cane da guardiania come l’ultima soluzione da provare dopo il fallimento delle recinzioni.

In questo modo il cane viene introdotto in una situazione già critica, spesso senza un’adeguata preparazione, con la pretesa che risolva immediatamente un problema costruitosi nel tempo.

Il cane, invece, dovrebbe essere progettato insieme al sistema di recinzione.

La scelta del numero dei soggetti, della loro età e delle caratteristiche comportamentali dovrebbe avvenire parallelamente alla valutazione del territorio, dei punti vulnerabili del recinto, delle abitudini degli animali allevati e delle modalità con cui vengono gestiti durante il giorno e la notte.

Una recinzione può contenere gli animali e rallentare il predatore.

Il cane può individuare una presenza, segnalarla, occupare il territorio e aumentare il rischio percepito dal selvatico.

La gestione umana coordina tutto il sistema, correggendone le debolezze.

È l’interazione tra questi elementi a rendere la protezione credibile.

Non esiste la recinzione perfetta

Le recinzioni elettrificate sono strumenti estremamente utili, ma non devono essere trasformate in soluzioni miracolose.

Un filo elettrico può funzionare molto bene nel contenimento degli animali allevati, soprattutto quando questi hanno già imparato a rispettarlo. Tuttavia rappresenta spesso una barriera limitata nei confronti di un predatore motivato, capace di attraversarlo, saltarlo o passare al di sotto.

La rete elettrificata offre normalmente una protezione più strutturata, ma anche in questo caso l’efficacia dipende da numerose variabili:

  • altezza e qualità della rete;
  • potenza effettiva dell’impulso;
  • corretta messa a terra;
  • assenza di vegetazione che disperda la corrente;
  • aderenza al terreno;
  • presenza di avvallamenti o punti di passaggio;
  • manutenzione costante;
  • comportamento del predatore presente in quella specifica zona.

Un selvatico può cercare di scavare, saltare, spingere, rompere o aggirare la barriera. Può inoltre individuare un cancello lasciato aperto, una zona nella quale la rete non tocca correttamente il terreno o un punto in cui la corrente è diventata insufficiente.

La domanda non dovrebbe quindi essere quale sia la rete migliore in assoluto, ma quale recinzione sia più adatta a quel terreno, a quelle specie e a quel tipo di pressione predatoria.

Una rete molto efficace in un pascolo pianeggiante può diventare difficile da gestire su un terreno roccioso, boschivo o ricco di dislivelli. Una recinzione permanente può essere ideale per animali stanziali, ma poco funzionale per un gregge che cambia continuamente area di pascolo.

Anche in questo caso il sistema deve adattarsi alla realtà e non il contrario.

Anche il cane deve imparare a rispettare la recinzione elettrica

Si tende spesso a dare per scontato che un cane comprenda naturalmente il significato di una recinzione elettrificata.

Non è così.

Il cane non nasce sapendo che una rete o un filo possano produrre una scarica. La prima esperienza può influenzare profondamente il modo in cui interpreterà quel confine in futuro.

La strada più semplice consiste nel mettere il cane all’interno del recinto e osservare ciò che accade. Qualche volta funziona. Il cane tocca la barriera, riceve la scarica, si allontana e impara a rispettarla.

Tuttavia, quando si vuole aumentare il più possibile la probabilità di un apprendimento corretto, è preferibile evitare che il primo contatto avvenga casualmente e in completa libertà.

Un cane troppo giovane può non avere ancora la maturità necessaria per elaborare l’esperienza in modo misurato.

La scarica prodotta da un impianto correttamente realizzato non dovrebbe causare danni fisici, ma può provocare uno spavento intenso. Se il cucciolo reagisce in maniera impulsiva, invece di arretrare può spingere ancora più forte verso la rete, rimanervi momentaneamente coinvolto oppure romperla nel tentativo di liberarsi.

In questo modo non apprende semplicemente che quel confine deve essere rispettato. Può sviluppare una paura disordinata, una reazione di fuga incontrollata o un’associazione negativa con l’intero ambiente.

La conseguenza può essere particolarmente grave se la rottura della rete consente l’uscita anche degli animali che il cane avrebbe dovuto proteggere o degli altri cani presenti nel recinto.

Per questo motivo, in linea generale, è preferibile iniziare l’approccio consapevole alla recinzione elettrica quando il cane ha raggiunto una maggiore capacità di controllo delle proprie reazioni, indicativamente dopo i sei-otto mesi, pur tenendo sempre conto della maturità individuale.

La prima esperienza dovrebbe essere guidata

La prima scarica non dovrebbe quasi mai essere lasciata completamente al caso.

Il cane può essere accompagnato al guinzaglio lungo il perimetro della recinzione, permettendogli di esplorarla senza eccessiva eccitazione.

La presenza della persona non serve a trascinarlo volontariamente contro il filo né a obbligarlo a subire la scarica. Serve a mantenere la situazione sotto controllo e a limitare un’eventuale reazione eccessiva.

Quando il cane entra accidentalmente in contatto con la barriera, il guinzaglio impedisce una fuga disordinata o una spinta incontrollata in avanti. In questo modo l’animale ha maggiori possibilità di fermarsi, osservare e comprendere la relazione tra il contatto con il confine e la sensazione spiacevole.

L’informazione che dovrebbe registrare è semplice:

se non tocco la recinzione, non succede nulla.

Non dovrebbe invece apprendere che quel luogo è pericoloso, che deve scappare senza controllo oppure che la rete è un ostacolo da sfondare.

Limitare la reazione non significa impedire al cane di elaborare l’esperienza. Al contrario, significa offrirgli le condizioni per farlo con maggiore calma.

Un’esperienza negativa ma comprensibile può trasformarsi in un apprendimento utile e duraturo. Una situazione vissuta nel panico rischia invece di produrre soltanto paura o reattività.

Imparare un confine utile anche fuori dal proprio recinto

Un cane che ha correttamente compreso il funzionamento delle recinzioni elettrificate può utilizzare questo apprendimento in molte situazioni future.

Dovrà rispettare il recinto all’interno del quale si trova il bestiame, evitando di uscire.

Ma dovrà anche imparare a non entrare in aree elettrificate che appartengono ad altri allevamenti o che delimitano territori nei quali non è autorizzato a muoversi.

Questo aspetto è particolarmente importante nei territori dove più aziende, greggi o mandrie condividono sentieri, pascoli e zone di transito.

Il rispetto del confine non è quindi soltanto una questione di contenimento, ma diventa parte della formazione complessiva del cane e della sua capacità di muoversi correttamente nel territorio.

Non basta che i propri cani rispettino il recinto

La valutazione di una recinzione deve considerare non soltanto gli animali che si trovano al suo interno, ma anche ciò che può arrivare dall’esterno.

Una rete elettrificata posizionata vicino a un sentiero, a una strada rurale o a una zona frequentata può essere perfettamente rispettata dai propri cani, che sono stati correttamente abituati.

Ma cosa accade con i cani degli escursionisti, con gli animali lasciati liberi da altri proprietari o con soggetti che non hanno mai incontrato una barriera elettrificata?

Un cane esterno può toccare la rete, spaventarsi, reagire in modo aggressivo oppure tentare di attraversarla.

Può inoltre avvicinarsi ai cani da guardiania, provocando una risposta territoriale e aumentando il rischio di conflitto.

Per questo motivo la scelta dello strumento non può basarsi soltanto sull’efficacia tecnica. Deve considerare anche la collocazione, la presenza di persone, il tipo di frequentazione dell’area e la possibilità concreta di segnalare adeguatamente il pericolo.

In alcuni luoghi una rete anti-predatore può essere molto utile.

In altri può risultare difficile da mantenere, problematica rispetto al passaggio delle persone oppure incompatibile con la gestione quotidiana.

La soluzione deve quindi nascere da una valutazione più ampia.

Il selvatico non cerca la sfida più difficile

Per comprendere il valore dell’integrazione tra cani e recinzioni bisogna provare a osservare il sistema dalla prospettiva del predatore.

Un lupo o un altro selvatico non ragionano in termini morali.

Non si domandano quanto sia “cattivo” un cane né quanto sia dolorosa una scarica elettrica in senso astratto.

Effettuano una valutazione pratica, basata sulla possibilità di ottenere una risorsa riducendo il più possibile il rischio e il consumo di energia.

Immaginiamo, semplificando, che la fame del predatore abbia raggiunto un livello pari a otto.

Esamina un recinto e percepisce un rischio pari a sei: rete elettrificata, cani presenti, animali lontani dal perimetro, difficoltà di accesso.

La domanda diventa: vale la pena tentare?

Potrebbe farlo, soprattutto in un periodo di forte necessità.

Esamina poi un altro recinto. La barriera è incompleta, non ci sono cani, gli animali dormono vicino al confine e l’accesso appare semplice. Il rischio percepito è pari a due.

È probabile che scelga questa seconda possibilità.

Se invece incontra una situazione nella quale il rischio percepito è molto elevato — recinzione solida, corrente efficace, presenza di più cani, attività umana e assenza di punti deboli evidenti — può decidere di non effettuare nemmeno il tentativo.

Questa è la vera funzione della deterrenza.

Non eliminare fisicamente ogni predatore, ma rendere l’avvicinamento al bestiame sufficientemente complesso, costoso e rischioso da spingerlo verso altre risorse.

La recinzione aumenta la difficoltà fisica dell’accesso.

Il cane introduce un elemento vivo, imprevedibile e capace di intervenire.

La presenza umana e una buona gestione riducono ulteriormente le opportunità.

L’insieme di questi elementi modifica la valutazione del predatore.

Il valore del cane è anche nell’imprevedibilità

Una barriera fisica rimane sempre nello stesso posto.

Può essere osservata, studiata e verificata nel tempo.

Il cane, invece, si muove, vocalizza, cambia posizione, marca, controlla punti diversi e risponde a stimoli che una rete non può percepire.

Questa imprevedibilità aumenta il costo potenziale dell’avvicinamento.

Il predatore non deve valutare soltanto se è capace di superare una barriera, ma anche dove si trovino i cani, quanti siano, quanto rapidamente possano intervenire e quale risposta possano mettere in atto.

È importante precisare che l’obiettivo non dovrebbe essere quello di cercare lo scontro fisico.

Un buon sistema di guardiania dovrebbe ridurre il più possibile la probabilità che il confronto diretto avvenga.

Il cane svolge un lavoro efficace quando la sua sola presenza, unita ai segnali territoriali e alla struttura del sistema di protezione, convince il predatore a non avvicinarsi.

La recinzione aiuta anche il cane

L’alleanza funziona in entrambe le direzioni.

Non è soltanto il cane a rendere più efficace la recinzione. Anche la recinzione permette al cane di lavorare meglio.

Una barriera rallenta il predatore, lo obbliga a esporsi e riduce il numero dei punti dai quali può tentare l’accesso.

In questo modo il cane non deve controllare ogni direzione senza alcun supporto fisico, ma può concentrare maggiormente la propria attenzione sui punti vulnerabili.

La rete contribuisce inoltre a mantenere compatti gli animali allevati. Un gregge disperso su un territorio molto ampio è inevitabilmente più difficile da proteggere.

Quando gli animali rimangono all’interno di un perimetro ben organizzato, i cani possono presidiare meglio la zona e intervenire con maggiore efficacia.

La barriera può infine ridurre il rischio che i cani inseguano eccessivamente il predatore allontanandosi dal bestiame o invadendo proprietà, strade e sentieri.

Naturalmente questo risultato dipende dalla qualità dell’impianto e dal fatto che i cani siano stati adeguatamente abituati a rispettarlo.

Il sistema deve essere proporzionato al rischio

Non tutte le aziende necessitano della stessa combinazione di strumenti.

In una zona con bassa pressione predatoria, animali ricoverati durante la notte e una buona presenza umana, una recinzione adeguata affiancata da uno o due cani può offrire una protezione sufficiente.

In territori estesi, boschivi e frequentati stabilmente da branchi numerosi, potrebbe essere necessario utilizzare recinzioni più strutturate, più cani, ricoveri notturni e un controllo molto più frequente.

In un pascolo attraversato da numerosi escursionisti, invece, il problema non sarà soltanto fermare il predatore, ma anche gestire correttamente l’interazione tra cani, persone e animali estranei.

In prossimità di abitazioni, strade o aziende confinanti può essere necessario privilegiare sistemi che limitino gli spostamenti dei cani e riducano la possibilità di conflitto.

La valutazione deve quindi considerare contemporaneamente:

  • specie e numero degli animali da proteggere;
  • estensione e morfologia del territorio;
  • presenza di boschi, fossi, dirupi e corsi d’acqua;
  • periodo di pascolamento;
  • ricovero notturno;
  • presenza e consistenza dei predatori;
  • numero e caratteristiche dei cani;
  • vicinanza a sentieri, strade e abitazioni;
  • disponibilità di personale;
  • tempo realmente dedicabile alla manutenzione;
  • capacità economica dell’azienda.

La soluzione più costosa non è necessariamente la migliore, così come quella meno costosa non è automaticamente conveniente.

Un sistema economico che fallisce durante un singolo episodio di predazione può produrre perdite superiori al risparmio iniziale.

Allo stesso modo, una struttura estremamente complessa ma impossibile da mantenere correttamente può diventare rapidamente inefficace.

La protezione cambia durante l’anno

Un sistema efficace in un determinato momento non rimane necessariamente adeguato per sempre.

La pressione predatoria cambia con le stagioni.

Cambiano la disponibilità di prede selvatiche, i periodi riproduttivi, la presenza dei giovani predatori e le esigenze alimentari del branco.

Cambiano anche gli animali allevati.

Il periodo dei parti, la presenza di neonati e la maggiore vulnerabilità di alcune categorie possono aumentare l’attrattività del gregge.

Cambiano infine i cani.

I giovani maturano, gli adulti invecchiano, possono comparire problemi sanitari, conflitti interni o riduzioni dell’efficienza.

Una coppia di cani che per anni ha gestito correttamente un piccolo allevamento può non essere più sufficiente quando aumenta il numero dei capi, cambia il pascolo oppure cresce la presenza stabile del lupo.

Una recinzione perfettamente funzionante può perdere efficacia a causa della vegetazione, dell’usura, di un guasto all’elettrificatore o del cedimento di alcuni picchetti.

Per questo motivo il sistema deve essere controllato e rivalutato periodicamente.

Non è sufficiente costruirlo una volta e considerarlo definitivo.

Osservare prima di modificare

Ogni cambiamento dovrebbe partire dall’osservazione.

Se si verificano tentativi di ingresso, bisogna comprenderne la modalità.

Il predatore scava?

Salta?

Approfitta di un punto senza corrente?

Si avvicina quando i cani sono lontani?

Gli animali allevati si concentrano vicino a una zona vulnerabile?

I cani controllano realmente il perimetro o rimangono sempre nello stesso punto?

Esistono conflitti interni che riducono la loro attenzione?

Aggiungere semplicemente un’altra rete o un altro cane senza comprendere il problema può aumentare i costi senza risolvere la debolezza principale.

Un sistema tecnico deve essere modificato sulla base delle informazioni raccolte, non della paura del momento.

La collaborazione tra competenze diverse

Per creare una protezione efficace servono competenze che raramente appartengono a una sola persona.

Chi conosce profondamente il bestiame sa come si muove, dove riposa, quali soggetti risultano più vulnerabili e in quali periodi aumentano i rischi.

Chi conosce i cani può valutare il numero necessario, l’età, l’equilibrio sociale, la compatibilità tra i soggetti e la loro adeguatezza rispetto al territorio.

Chi si occupa delle recinzioni può progettare l’impianto, individuare i punti di dispersione, scegliere l’elettrificatore e assicurare una corretta messa a terra.

Quando queste competenze lavorano separatamente, è facile che ogni elemento venga progettato ignorando gli altri.

Una rete può essere tecnicamente eccellente ma inadatta ai movimenti dei cani.

Un gruppo di cani può essere molto valido, ma inserito in un recinto che ne limita completamente il lavoro.

Una gestione può funzionare in teoria, ma essere impossibile da sostenere quotidianamente con il personale disponibile.

Il progetto deve quindi nascere dal confronto tra chi conosce gli strumenti e chi vive realmente quel contesto.

Perché un approccio tecnico non è necessariamente più complicato

A qualcuno tutto questo potrà sembrare eccessivo.

Per generazioni allevatori e pastori hanno costruito recinzioni, selezionato cani e protetto animali senza compilare lunghe valutazioni.

È vero.

L’esperienza pratica ha prodotto sistemi efficaci e conoscenze preziose.

Il problema nasce quando una soluzione sviluppata in un determinato territorio viene trasformata in una regola universale.

“Da me basta un filo.”

“I miei cani vivono senza rete.”

“Con questa altezza il lupo non entra.”

Sono tutte affermazioni che possono essere perfettamente vere nel contesto di chi le pronuncia e completamente sbagliate pochi chilometri più lontano.

L’approccio tecnico non serve a sostituire l’esperienza, ma a comprenderne i limiti e a renderla trasferibile con maggiore consapevolezza.

Non significa complicare necessariamente il lavoro.

Significa evitare di procedere soltanto per tentativi, riducendo il rischio che ogni errore venga pagato dagli animali allevati, dai cani o dall’azienda.

La protezione non è un singolo oggetto

La vera differenza non viene fatta dalla rete più costosa, dall’elettrificatore più potente o dal cane più imponente.

Viene fatta dall’armonia con cui ogni elemento partecipa allo stesso obiettivo.

In alcune situazioni il cane avrà un ruolo centrale e la recinzione fungerà da supporto.

In altre la barriera fisica svolgerà gran parte del lavoro e i cani aggiungeranno presenza, allarme e deterrenza.

In altri casi ancora sarà necessario un sistema più complesso, formato da più recinti, ricoveri notturni, cani distribuiti in gruppi e controllo umano frequente.

Non esiste una gerarchia valida per tutti.

Esiste la combinazione corretta per quella specifica situazione.

Ed esiste soprattutto la necessità di non innamorarsi di uno strumento al punto da ignorarne i limiti.

Conclusione

Recinzioni elettrificate e cani da guardiania non sono avversari in una gara per stabilire quale sistema sia migliore.

Sono strumenti differenti, con capacità e limiti differenti.

La recinzione delimita, contiene e rallenta.

Il cane osserva, interpreta, segnala e presidia.

L’uomo progetta, controlla e modifica il sistema quando il contesto cambia.

La protezione più efficace nasce quando questi elementi non vengono semplicemente sommati, ma messi nelle condizioni di collaborare.

Se esistesse davvero una recinzione capace di sostituire un buon cane, o un cane capace di sostituire una buona gestione, questo articolo sarebbe lungo poche righe. La realtà è che la protezione nasce quando ogni elemento svolge il proprio compito. È proprio quell’equilibrio, e non il singolo strumento, a fare la differenza tra un recinto che contiene animali e un sistema che protegge davvero un allevamento.

 

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